Se sono luce posso aiutare qualcun altro a vedere

Eravamo in cucina e il piccolo voleva esercitarsi nel preparare da sé la colazione.

Doveva versare il latte da un cartone appena aperto, non ho fatto in tempo a dirgli di fermarsi un attimo che, come era prevedibile, ne ha versato un po’ sul piano della cucina un po’ sullo stipetto sotto e altrettanto sul tappeto a terra. Il tutto semplicemente stringendo un po’ di più il cartone e senza nemmeno sollevarlo.

Io ero impicciata con un’altra faccenda e chiedo a mio marito di intervenire.

«Vedi, mamma te lo aveva detto che c’era bisogno di un adulto, ora ti faccio vedere io come si fa.»

Prende lui il cartone lo piega male e arriva il doppio del latte sul piano, sullo stipo e pure a terra.

Se sapessi disegnare meglio e in fretta, la vignetta era già online perché per un attimo mi è sembrato di viverci dentro.

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Augupi – il ricordo

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Per ora lo pubblico così, non ho altro tempo per rimasterizzarlo, l’importante era onorare per oggi il suo compleanno!

Oggi come allora: Auguri Upi!

L’indissolubile legame tra cielo e terra

Coco, l’ultimo film di animazione nato in casa Disney Pixar, racconta la storia di un bambino, Miguel, che si ritrova a fare un viaggio nell’oltretomba accompagnato da un cane che si chiama Dante (!), e rilancia in maniera intrigante temi molto insoliti come il senso di appartenenza e la forza del perdono, e quanto sono importanti uniti al tema del cosa c’è dopo la morte!

Affronta questo viaggio perché scopre che il suo talento per la musica, tanto ostacolato dalla sua famiglia terrena, in realtà è fondato comunque nei legami di sangue con il suo defunto e sconosciuto trisavolo, la cui memoria è stata volutamente obliata dal clan famigliare proprio per colpa della musica, o meglio, in seguito dall’abbandono da parte sua della propria famiglia, per inseguire il suo sogno da musicista.

[box type=”warning”]Attenzione, SPOILER alert![/box]

La mancanza di una benedizione e un perdono non dato, metteranno a serio rischio la sua vita e la possibilità di far ritorno al mondo dei vivi.

Come è facile comprendere, ciò che rende speciale questa storia è il suo sistematico infrangere tanti luoghi comuni che facilmente potevano essere appiccicati a una trama di questo tipo, ma soprattutto di farlo a favore di una serie di contenuti e simboli, più cristiani di quel che si pensa, che sembravano essere stati accantonati, in modo abbastanza definitivo, almeno nell’ultimo decennio di film di animazione.

Tanto per dirne una, secondo voi è un caso se la storia va avanti sempre spinta dalla musica e la città di origine di Miguel e dei suoi avi si chiama proprio come la patrona dei musicisti “Santa Cecilia”? Oppure, il dettaglio della croce appesa al muro in casa di Miguel? Il film veniva bene anche senza…

L’importanza delle ricorrenze

Questo è più o meno ciò che potete vedere per strada in Messico nella Día de Muertos, ovvero il Giorno dei Morti. Il technicolor tuttavia non rende giustizia all’allegria  e alla musica che unite alla devozione rendono questa festa un evento imperdibile.

Lo strabiliante ponte di comunicazione tra mondo dei vivi e mondo dei morti avviene, secondo le tradizioni messicane, durante una festa ritenuta importantissima: la Día de Muertos, ovvero il Giorno dei Morti.

La vicinanza di calendario con un fenomeno di carattere carnescialesco quanto commerciale, quale è diventato Halloween, è completamente silenziata a favore di una tradizione che ha a che fare con la sepoltura vera dei defunti nel cimitero e il loro ricordo sentito.

Allo stesso tempo si rompe anche con l’usuale compunzione funeraria che siamo soliti sfoggiare qui da noi per darci un tono in quelle date, perché in Messico si tratta di una festa celebrata con musica, bevande e cibi tradizionali dai colori vivi, nelle piazzole del cimitero e, secondo gli ideatori di questo film, persino nell’aldilà o quanto meno nella sua prima tappa.

La festa è così importante da assumere la rilevanza che per noi hanno i festeggiamenti di San Silvestro e Capodanno ed ecco che, quindi, anche l’uscita in Italia in prossimità di queste date, non è così fuori luogo come poteva sembrare.

In ogni caso parliamo sempre di ricorrenze molto festose nelle quali il posto di onore è dato alla commemorazione di chi non c’è più. Questo istintivamente diremmo che ha davvero poco a che fare con un sentimento di baldoria, eppure accade.

Ma è davvero tutto qui?

La ofrenda è un simbolo, ma di che cosa?

Questo è un tipico altarino per ofrenda messicano, con le foto esposte di tutti i parenti benedetti e amati dalla famiglia. Nel Sud Italia, posso confermarlo, anche al di fuori di una ritualità complessa come quella della ofrenda, nelle case più umili non mancava mai almeno un quadretto devozionale appeso a un muro tutto l’anno, accessoriato di lumicino, con le foto dei genitori e/o dei nonni defunti. In mancanza, si sfoderava l’artiglieria pesante: immaginette dei Santi, rosari e quadri votivi!

La ofrenda è una offerta di fiori, cibi o oggetti donati su un altarino di famiglia, ai defunti, per quella notte l’anno in cui si ritiene che tornino a far visita ai parenti in vita. Saremmo portati a pensare che sia solo opera di fantasia, un rito stucchevole e molto folckloristico a cui credono solo in Messico.

E invece no. Esistono tradizioni analoghe anche in tantissimi altri posti al mondo, inclusi molti comuni d’Italia, dove per una notte all’anno si lascia qualcosa per omaggare la visita dei defunti.

A dire il vero col passare del tempo e l’evolversi delle tradizioni sembra sia riconducibile proprio a questo rito anche l’offerta in latte e biscotti al panzone in calzamaglia rossa e alle sue renne, ma l’ofrenda vera, letta in un contesto più religioso, ha un valore davvero profondo.

Con l’ofrenda si rinforza il ricordo e, in questo, il riconoscere di avere delle radici, poiché non siamo ciottoli sparsi sullo spiazzale dell’universo. La famiglia è finalmente concepita come valore a sé, e il senso di appartenenza come fondante per la vita del singolo.

Sentii una volta la storia della colomba che si lamentava dell’aria che le rendeva faticoso e difficile il volare e poi scopriva che in realtà era l’unico supporto di cui le sue ali non potevano fare a meno per sostenersi nel volo. Nel caso di Miguel avviene qualcosa di simile nel rapporto con la sua la famiglia: si trasforma da ostacolo a risorsa, nel momento in cui accetta e comprende di esserne davvero parte.

Adesso, la domanda che possiamo porre a noi stessi è : in fondo, siamo davvero convinti di essere tutti parte di qualcosa che è iniziato prima di noi ed è destinato ad andare oltre, e che questo qualcosa ci è di reale sostegno?

Cosa può dirci di più il vivere questa esperienza all’interno della cristianità?

Dies natalis – dies mortis

I legami stabiliti nel mondo dei vivi sono anche più forti in quello dei morti ❤

C’è un dettaglio che rende ancora più significativa l’ideazione del film  Coco: sulla terra dei vivi, i morti sono solo ombre invisibili ai viventi che tornano con tanta tenerezza a far loro visita, ma quando Miguel in carne ed ossa attraversa il ponte dell’aldilà, la sua immagine diviene più nitida, come a voler dire che di là le cose sono più vere e, in qualche modo più … complete.

Il cristianesimo ci aiuta a precisare questa visione.

Per la Chiesa addirittura, il giorno della nascita dei suoi figli, il dies natalis, corrisponde proprio con il giorno della morte e questo approccio non è un vezzo o un desiderio per essere fuori di melone originali, ma risponde all’idea che la Chiesa ha della morte, che è molto più speranzosa, riguardo al destino ultimo dell’uomo. La Chiesa non vede nella morte una tragedia che ci seppellisce nel regno del nulla, ma la porta che ci introduce in una nuova vita, una vita senza fine.

Il sapere che un giorno ci rivedremo non può che essere per noi motivo di gioia. Il desiderio di un tempo per ritrovarsi e dirsi “sei ancora tra i miei pensieri, ma mi manchi”, non è un sentimentalismo vano, ma risponde a una realtà profonda che si concretizza nella pratica del ricordo.

Possiamo farlo pregando i nostri defunti o per loro, così come proposto con le opere di Misericordia, ma c’è di più.

La Chiesa offre in realtà un ulteriore bonus di intensa comunione con chi è già dall’altra parte del Velo del Tempo, durante ogni celebrazione dell’Eucarestia. Lì ci congiungiamo a tutti coloro che sono membra di Cristo, perché Chiesa militante e Chiesa trionfante partecipano della stessa Grazia. (Vi ricorda niente “sia che viviamo sia che moriamo siamo di Cristo”? cfr. Rm 14,7-12).

Nulla potrà dividerci in eterno, perché apparteniamo a qualcosa (o Qualcuno) di più grande che ci custodisce proprio nell’amore, e abbiamo bisogno del ricordo di quell’amore, che ancora ci lega, per non smarrire… noi stessi(!) e sperare prima o poi di poter tornare a prendervi parte pienamente.

Come si intuisce, in ciò, la trucidità e la rozzezza di una banale invasione di zombie, ha la stessa pertinenza di un petofono in sacrestia, infrangerebbe con cattivo gusto la nobiltà della natura di ciò di cui parliamo e il film riesce persino a tenerne conto, ma senza far mancare risvolti buffi e umoristici.

Nota bene: all’opposto di questo desiderio di comunione con tutti, c’è proprio l’atteggiamento di Voldemort che farebbe volentieri a meno della pietra della resurrezione, proprio perché non ha il benché minimo interesse a ritrovarsi faccia a faccia con le vittime della sua crudeltà.

Per chi non conosce amore, gli altri possono essere solo pericolosa feccia ribelle e l’importanza del ricordo, del legame e dell’appartenenza, semplicemente non hanno senso.

Possesso o senso di appartenenza? La differenza è nella forza del perdono

Nella prima parte del film appare chiaro come il clan famigliare demarca nettamente l’appartenenza al clan stesso con i tratti del possesso che rende avvilente la dipendenza e l’asservimento assoluto richiesto a Miguel. In più modi gli chiedono di giurare di non avvicinarsi mai più al mondo della musica, e con altrettanta rabbia lui scappa via dicendo che della famiglia non gliene importa più un fico secco. Ma una vera famiglia non è questo. Se è onesta con se stessa e di fronte alla realtà, può far evolvere lo stile di appartenenza in ciò che più genuinamente è.

L’appartenenza a una famiglia, soprattutto se cristiana, non ha limiti terreni.

Appartenere si compone di “ad”, “pars” e “tenere”, e significa far parte, sentirsi parte di qualcuno o di qualcosa. Si appartiene quando ci si sente amati per quello che si è, quando si è integrati pienamente con tutte le proprie risorse e anche con i propri limiti, quando il sentirsi uniti dà pienezza alla vita di tutti.

Nel film “Coco” si evidenzia bene come la necessità di stare uniti e la forza che nasce da questa unione, vale non solo per la famiglia terrena, ma ha ripercussioni da e verso quella ultra-terrena. E là dove vi è un perdono non dato questo crea una sofferenza indicibile che tocca anche chi, come Miguel, non ha nulla a che vedere con quella relazione di amore bloccata. Siamo tutti indissolubilmente legati. Non è superstizione o magia, ma qualcosa di tangibile: la benedizione è interrompere la catena del male che chiama altro male, ovvero, di chi ha subito male e ne fa a sua volta e via dicendo.

A questo punto appare davvero formidabile il binomio tra la necessità di una benedizione e quella di perdono, e di come sia il perdono che l’odio possono avere ricadute che superano i confini del tempo e delle generazioni… ma non vi diciamo altro perché possiate ancora gustarvi il film! Tuttavia, senza pericolo di spoiler, possiamo dirvi che quando si trascende l’umano per arrivare a considerare Dio stesso come Autore del Perdono ( e questo Maria SS. lo sapeva benissimo visto che lo cantava nel Magnificat riportato in Lc 1, 39-55 ), la potenza e l’ampiezza delle dinamiche che si innescano supera le nostre piccole storie per arrivare a smuovere il cosmo intero!

Una curiosità: i mariachi!

All’inizio del film è molto simpatica la scena in cui un mariachi incoraggia Miguel ad esibirsi offrendosi di essere il suo primo spettatore, ma la nonna lo dissuade minacciandolo con una sola (!) ciabatta.

Il sensazionale utilizzo di una ciabatta a scopo dissuasivo, impedisce a Miguel di esibirsi di fronte al suo primo vero e interessato spettatore, un mariachi.

Ci siamo chiesti: quale origine ha questo nome, che si scrive mariachi e si pronuncia mariàci?

Vi sono varie teorie, qualcuno ritiene che derivi dalla parola francese marriage (matrimonio) perché i mariachi si ritrovavano sovente ad animarli musicalmente; altri ancora fanno  riferimento a  un termine indigeno che indica l’albero di mogano, il cui legno viene utilizzato per le arcaiche chitarre e gli strumenti più caratteristici della tradizione messicana, tra cui anche il cajon. Tuttavia sono saltati fuori dei documenti parrocchiali che provano che il termine era in uso già prima dell’arrivo dei francesi in terra messicana, ma non esisteva prima dell’arrivo dei conquistatori europei, e che poi tra gli strumenti usati non vi erano solo dei legni… Se pensate oggi alla musica messicana la prima cosa che vi viene in mente sono infatti proprio le trombe.

La nostra preferenza va per la terza opzione e cioè che il nome dei mariachi discenda originariamente da una profonda venerazione della Vergine Maria, omaggiata anche dai ceti più umili con musiche e canti dal carattere molto coinvolgente. Non è insolito che quando un mariachi si esibisce vi siano spettatori che si sentano chiamati a partecipare attivamente alla esibizione.

Conclusione

Il tema della morte non è trattato con cupezza, ma anzi, serve a ricordare quant’è importante vivere veramente e pienamente la vita. Il senso del tutto è dato dall’amore che ci lega agli altri anche se sono andati in contro al Creatore prima di noi. Il passaggio che segna la maturazione psicologica dello spettatore (e quando andate a vederlo al cinema, non scordatevi di portarvi in sala una piccola scorta di fazzoletti), avviene attraverso Coco, che non è il secondo nome di Miguel, bensì quello della la sua bisnonna. Nella sua impotenza si scopre essere un personaggio chiave indispensabile per generare una svolta nelle sorti dell’intera famiglia grazie alla forza del ricordo.

L’amore anima il ricordo e rende possibile il contatto tra due mondi apparentemente lontani. Cristianamente sappiamo che sono più vicini che mai, grazie all’irrompere della Rivelazione di Dio che ci ha chiamati “figli” e a essere parte di Sè, in modo abbastanza palese almeno da Gesù ad oggi. Il ricordo delle persone amate protegge i nostri cari dall’oblio e ci fa sperare nel fatto che tutti ci ritroveremo prima o poi, quando la morte sarà davvero l’ultimo nemico da sconfiggere. È sempre l’amore che tiene in vita anche le persone vive perché altrimenti, senza, il vivere non avrebbe più senso.

Ed infine che l’amore che si sprigiona da una benedizione ha davvero il potere di rimetterti al mondo (oltre a colorare i fiori di un arancione così sfolgorante che è davvero una goduria per gli occhi!!!).

Per approfondimenti e info segnatevi questo  indirizzo: Paolo di Tarso , mail 1Cor 13, 1-13!

Paolo di Tarso: “Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto”

 

 

(Pubblicato e meglio impaginato su Cattonerd.it)

Le opere di misericordia spirituale attraverso “Big hero 6” e il libro “Solo l’amore crea”

Può un libro cambiare il modo di vedere le cose e di viverle?
Può un’autrice rinnegare un suo articolo chiedendosi cosa mai può averla portata a pubblicare una così mirabile accozzaglia di frescacce ampia varietà di imprecisioni tutte insieme?

Sì, può.

Soprattutto se il libro si chiama “Solo l’amore crea” e l’autore è don Fabio Rosini. Nonostante lo abbia finito da un po’, continuo a vivere portandomelo in borsa con il recondito progetto di mandare a memoria intere pagine di preziosi insegnamenti, e chissà che un giorno o l’altro non ci riesca per davvero.

Intanto per rendere un sia pur minimo tributo al bene che vi ho trovato, vorrei provare ad asfaltare a ritoccare alcune imprecisioni abbastanza evidenti presenti nell’articolo su Big Hero 6 e le opere di misericordia a mo’ di revisione e ne approfitto per raccontarvi qualcosa del vasto panorama di umanità che ho trovato in queste pagine.

Partiamo dalla definizione di opere di Misericordia

Non è un semplice “farsi carico delle pene altrui”, perché quello lo si può fare anche sostituendo la misericordia con il buonismo, l’assistenzialismo o il sentimentalismo che di eternità sanno ben poco. Una volta abbassata la carica ormonale che le accende, falliscono e magari uno ripiega pure sul giustizialismo, così, per rivalsa.

Nel Salmo 136 scopriamo che Dio fa un sacco di cose “perché eterna è la sua misericordia” e tra queste ci sta che ha creato cieli e terra, ma anche che ha percosso l’Egitto nei suoi primogeniti, e poi ancora che dà il cibo ad ogni vivente. I tre snodi che sintetizzano Creazione, Redenzione e Provvidenza, si spiegano in noi, il popolo a cui ha dato origine, che redime e a cui ancora oggi provvede con ciò di cui c’è davvero bisogno. Tutto ciò che Lui fa è Misericordia, cioè amore viscerale.

Chi compie davvero opere di misericordia alla fin fine triangola con Dio, nel senso che non si inventa “come fare cose” a partire da se stesso, ma lascia agire lo Spirito Santo e, a partire dalla qualità del rapporto con Dio, si vedrà di che pasta sono fatte le opere che di lì prendono vita.

Due serie da 7

Le opere di misericordia corporale elencate nel precedente articolo possono andare bene più o meno tutte, ma a queste si aggiunge che la sfida non è praticarle tout court, ma praticarle insieme a quelle spirituali, perché

“Non è una buona strategia separarle. I paradigmatici svuotano l’amore di eternità, gli spiritualisti lo svuotano di realtà. Non c’è cuore e non c’è cielo in chi disprezza le spirituali, non c’è corpo e non c’è terra in chi trascura le corporali. Il Signore Gesù unisce nel suo corpo cielo e terra, umanità e divinità, corpo e spirito. E questa è la nostra bellissima avventura”  (Don Fabio Rosini)

Il libro si apre sulle opere spirituali come una lente di ingrandimento ed ho scoperto che quasi su tutte a partire da una interpretazione fantasiosa del nome, ho sviluppato in modo ancor più bislacco le cose rilevanti da scrivere per chi era in cerca di un pro-memoria. Proprio per riparare a questo danno proviamo a rivederle secondo l’impostazione riportata da don Fabio.

1) Consigliare i dubbiosi

Tadashi sa come convincere Hiro, ma quando non c’è Tadashi, Hiro non sempre è capace di compiere delle scelte ragionevoli.

L’inconsapevole indugiare in un divertimento fine a sé stesso, impediva a Hiro di dare maggiore spazio alla sua anima “nerd” e di spiccare, letteralmente, il volo con la robotica.

Il problema sotto il profilo spirituale è principalmente che Satana è un maestro nel creare ambiguità e lo fa non negando che Dio esista, ma facendo credere che in Dio sia presente il male e questo crea dubbio, immobilità e attaccamento a qualcosa che si teme di perdere, per cui il dubbioso è intimamente motivato a non scegliere.

A tenere alti i livelli generali di incertezza, ci sono i pessimi consiglieri che godono come ricci nel prendere decisioni per conto degli altri , ma di fatto non aiutano i dubbiosi a crescere nella capacità di saper prendere da sé una decisione.

La ricetta per essere un buon consigliere è condita di abbondante umiltà perché anche per lui c’è un tempo in cui è importante fare un passo indietro rispetto alle proprie convinzioni e dubitare.

Il salmista dice ( sal 119) “Signore io so che i tuoi giudizi sono giusti e con ragione mi hai umiliato”, proprio perché serve aver preso qualche sberla per capire che non siamo fatti per pontificare assoluti.

Dalla memoria dei propri errori emerge la certezza che ci sono cose che abbiamo già appreso e, per esperienza, sappiamo essere orientate al bene perché ci rendono felici. Da ultimo, ci si sottomette a queste certezze, poiché è l’obbedienza a Dio che ci conferma nel senso delle cose e ci consegna la prospettiva in cui porre le scelte.

2) Insegnare agli ignoranti

Avete presente chi cita a manetta solo le parole “Chi sono io per giudicare?” senza minimamente immaginare che il Papa abbia anche aggiunto delle specifiche?

L’arte della educazione, vista nel suo senso più proprio, serve a condurre i cristiani a essere portatori del dono della fede, e non ad attribuirsi un ruolo di docente inopportuno e abilitato a banalizzare cose che non si conoscono per davvero nella loro integrità.

Ci sono anche quelli che insegnano invece le cose giuste, ma alle persone sbagliate (puntando tutto sulla coincidenza topografica con gli ascoltatori! LOL ) o al momento sbagliato (a me le intuizioni migliori e più coraggiose vengono in mente molto tempo dopo aver salutato le persone a cui potrebbero apportare beneficio. In genere è quando sono già sotto la doccia…). Gli ignoranti, dal canto loro, nella stragrande maggioranza dei casi ignorano di esserlo, e sono tenacemente fieri e agguerriti nel difendere una qualche presa di posizione.

Come si fa a capire come insegnare a chi non sa di averne nemmeno bisogno?

Si prende spunto da come ha fatto Gesù con i due sulla strada per Emmaus (cfr Lc 24) Il primo step è comprendere quello che è successo secondo il loro punto di vista, passando a propria volta per ignoranti pur di aprirsi a una prospettiva che è diversa dalla propria sintesi dei fatti. Poi è significativo aver vissuto a propria volta il trauma dello scoprirsi contestati nella propria visione errata del bene, perché solo così si potrà agire nei confronti dell’altro con tutto l’amore, la tenacia e la pazienza di cui c’è bisogno per poter trasmettere un insegnamento.

Baymax, in tal senso, rispecchia questo stile di formazione, perché porta fisicamente in sé memoria di tutti i test degli errori fatti da Tadashi per in-segnargli (scrivergli-dentro) il protocollo di funzionamento per cui è stato creato.

 

Tutti i test di Tadashi sono memoria storica della formazione di Baymax

Per di più fa sì che Hiro possa sperimentare la necessità di ricevere insegnamenti. Tant’è che per imparare che bisogna allacciare le cinture aspetta di dirglielo a pochi centimetri dall’impatto con la strada (Prima no, eh? Troppo scontato!).

3) Ammonire i peccatori

Questa opera non si esplica col ditino puntato, né con lo sfogo libero di ansie represse, che in ambiente catto qualcuno prova a spacciare per correzione fraterna. Addirittura c’è chi ritiene di poter correggere comportamenti scorretti annoverandoli solo ed esclusivamente in assenza dell’errante. E poi, vuoi mettere quella sensazione di sentirsi migliori quando si sottolinea che è l’altro a sbagliare e non io? Oppure la leggerezza con cui ci si lava le mani quando “io gliel’ho detto e adesso sono affari suoi”?

L’opera di misericordia dell’ammonire sta in un essere pronti a perdere tutto per il bene l’altro, ma non è detto che l’altro la prenda bene. Per questo si ribadisce che

“l’attitudine corretta vuole che si desideri portare l’altro a salvarsi dai propri errori perché umilmente consapevoli di doverci salvare dai nostri.”

 

Baymax non ha remore nel dire come stanno davvero le cose: programmare per uccidere è l’esatto opposto di ciò per cui lui è stato creato e non è giusto che Hiro tenti di forzarlo.

E’ una cosa che richiede il senso della preziosità della persona che è cosa diversa dal volersi semplicemente liberare la coscienza. Un vago sentore di questo significato, tuttavia, nella descrizione stringata del precedente articolo, in qualche modo, ci stava.

 4) Consolare gli afflitti

Fare pat-pat sulla spalla può essere di per se un conforto, ma non è risolutivo. Ci sono anche qui dei surrogati da imparare a riconoscere: un prolungato compiangere con cui si può indurre l’afflitto ad attenersi solo al ruolo di vittima senza venirne più fuori; un prolungato anestetizzare quando si cerca di aiutare l’afflitto distraendolo sempre, evitando cioè di concedere alcun tempo di rielaborare l’accaduto. Quel dolore imbottigliato scivolerà in pieghe ancora più recondite dell’inconscio per riemergere inaspettato anche a distanza di molto tempo. Infine vi è il proiettare guardando chi sta peggio, come se questo possa oggettivamente alleggerire la situazione di chi soffre, cambiandola.

Baymax potrebbe essere stato programmato inserendo anche stringhe originate dalla sapienza biblica! 😀

Un vero consolatore fa passare l’idea che la situazione di afflizione non è la fine, ma l’inizio di un cambiamento volto all’abbandono di una qualche immaturità. E’ un passaggio forse necessario per spiccare il volo verso quella felicità per cui siamo stati pensati da Dio. Non si consola d’ufficio, non sempre si può comprendere il dolore altrui, ma ci si riesce sicuramente meglio se ci si è passati in prima persona e pare che le scritture riescano ad esporre anche una sorta di training per riuscire a non farsi rubare via la speranza.

Per quanto se ne può dedurre, quindi, il software di Baymax potrebbe essere stato programmato inserendo anche stringhe originate dalla sapienza biblica!

5) Perdonare le offese

“Non sai quanto ho sofferto”, questa è l’espressione più onnicomprensiva di chi resta a torturare la propria mente augurando il peggio a chi è causa dei suoi mali e non si rende conto che nulla cambia per sentimenti di vendetta, a parte il malumore crescente, l’incancrenirsi del vittimismo e gli inutili paragoni tra il proprio dolore e quello altrui.

Per poter offrire un perdono genuino bisogna saper fare memoria del perdono ricevuto e smettere di ragionare da creditori. Tanti debitori hanno il cuore leggero perché sanno apprezzare quel che hanno ricevuto e se ne rallegrano. Gesù stesso è un felice debitore del Padre! Quindi non siamo capaci di perdonare perché noi stessi siamo buoni, ma perché siamo consapevoli che già con noi Dio ha mostrato già molta più pazienza! (A me per esempio non mi ha fulminato dopo il primo articolo su Big Hero 6 e ancora non lo ha fatto fino a questo punto dell’elenco).

Il personaggio che incarna meglio un perdono non dato è l’uomo mascherato.

6) Sopportare pazientemente le persone moleste

La persona da sopportare, non solo è molesta ma deve essere anche particolarmente intenta alla recidiva, altrimenti il bonus “Opera di Misericordia” non si attiva.
David Bowie cantava “we can be heroes just for one day”, proprio perché in tutti gli altri, proprio non ce la facciamo! Ci paludiamo dietro a surrogati quali la tolleranza del “mi mostro insensibile, ma poi ti azzanno quando non ti reggo più”; il buonismo che dà quel sorriso ebete di palese accusa verso il prossimo che “non è un santo quanto me”; il servilismo, quando si cerca spazio di sopravvivenza tra il tacco e il pavimento di qualcuno che si mostra più feroce, ma solo perché non si ha il coraggio di reagire; e il marpionismo degli yes-men che per il proprio tornaconto accondiscendono a tutto e a qualunque vento, e fanno pure carriera.

Il protocollo di operatore sanitario di Baymax

Ecco una espressione tipica del protocollo di operatore sanitario di Baymax: “In una scala da 1 a 10 come valuti il tuo dolore?”. Nulla di tutto questo serve a capitalizzare l’esperienza della pazienza di Dio, che non è rassegnazione e nemmeno passività rispetto al patire.
La situazione tipica in cui c’è terreno fertile per questa opera è quando il nostro ritmo e il nostro efficientismo viene interrotto. In quello stop si può scoprire che possiamo liberarci dai nostri progetti e lasciare un po’ di spazio a quelli di Dio.
C’è santità in quella insistenza di Baymax nel reiterare alcuni protocolli, che vengono vissuti da Hiro come molestia. Se lui non fosse così scientificamente determinato a interrompere il flusso paranoico-depressivo di Hiro, non ci sarebbe storia! Tenetevi strette le persone che vi molestano!!!

7) Pregare Dio per i vivi e per i morti

Pare che questa sia la più importante di tutte perché è un po’ come se tutte le contiene e, tra tutte, è quella meno appariscente, di cui può benissimo non accorgersene nessuno.
È un’opera che sgorga dalla nostra impotenza, fatta di pura gratuità quando nulla più possiamo tentare con le nostre umane possibilità e allora si smette di parlare agli uomini di Dio per iniziare a chiedere a Dio per gli uomini. Fatto sta che nessuna di tutte le precedenti opere diventa misericordia per i vivi quanto per i morti se non è maturata nella preghiera. È proprio la mancanza di preghiera che attiva le deviazioni verso i surrogati di misericordia sino ad ora visti.

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Pregare Dio per i vivi e per i morti è esteriormente rappresentato con questo fotogramma del film.

Pregare Dio per i vivi e per i morti è esteriormente rappresentato con l’immagine delle due foto, il professore e Tadashi, scomparsi nell’incendio. L’interiorità del cuore però presuppone un intimità e una confidenza in Dio che cresce nella preghiera stessa.

 In conclusione potremmo dire che…

Dio ci ha fatto dono dell’angoscia per capire che non bastiamo a noi stessi, ma quando il dolore degli altri ci arriva al cuore, se riusciamo a levare a lui il nostro sguardo e il nostro grido, significa che riconosciamo i nostri limiti.

E’ in quel momento che  la nostra povertà, scoprendosi amata, si apre alla Misericordia. 🙂

 

Articolo pubblicato e meglio impaginato a questo link http://www.cattonerd.it/2017/11/27/dal-libro-al-film-solo-lamore-crea-baymax/

Continua ad accendere stelle Simonetta e fanne, se puoi, anche di più, ne abbiamo bisogno per essere certi di saper riconoscere la strada giusta.

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Sì, credo sia questo il modo migliore per salutarti.

Nel mondo di Harry  Potter levavano le bacchette magiche, e tra le tue mani non ci poteva essere nulla di più legato a te, quanto magico, che non fosse proprio una matita, sufficiente per creare i più mirabolanti ponti di comunicazione tra te e il mondo.

Tu che ci hai insegnato a conoscere la vita segreta delle pallottole di carta;

tu che ti sei avventurata nei meandri della tua personalità per semplificarla fino a mostrarcela una-e-trina in ogni circostanza, e persino sull’altare;

tu che sei riuscita a restituire vigore persino all’antica usanza della maglia della salute infilata fin dentro le mutande quasi a incastro con il resto della biancheria;

sei arrivata in cima alla tua montagna per unirti a ciò che è Oltre, e diventare tutt’uno con l’azzurro che, da sempre, è parte di te.

Insegna agli angeli a disegnare ed io racconterò a mio figlio di una grande anima volata in Cielo per completare il Disegno più grande, misterioso e stupendo che sia mai stato immaginato.

Adesso il dolore del distacco è troppo grande per raccontare qualcosa di quei piccoli momenti di gloria vissuti insieme e che in me hanno lasciato il segno (no, perché, vogliamo parlare di una intera busta di taralli artigianali fatta fuori in una sola notte “perché fossero preservati dalla luce del sole”? E di quella volta con lo psicopatico sotto casa, che hai aggirato facendo due volte il giro dell’isolato, e forse nemmeno lo stesso isolato, tenendo il volante della tua auto sotto una mano e lo stradario di Roma sotto l’altra?).

Di una cosa puoi stare certa: io continuerò a disegnare cercando di migliorarmi senza sminuire l’opera che Dio ha avviato con me, così come tu mi hai insegnato, e anche se non raggiungerò la bellezza dei tuoi pupazzi, so che in ogni tratto potrò far rivivere un pezzo di quella tua passione che ora è parte di me.

Upi, ci vediamo dall’altra parte!

LeTreUpi

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Panini come shuriken

Gli spedisco al volo un panino rotante come uno shuriken fra le mani, ci imbacucchiamo come ninja e usciamo di casa per affrontare la nostra giungla quotidiana. Attraversiamo il guado delle pozzanghere, esercitiamo equilibrio e coordinamento nella corsa sincronizzata tra strade, macchine, marciapiedi e gradini. Arriviamo in vista della porta di ingresso della scuola sul suono della campanella. Svoltiamo per l’ultima curva, ribattezzata “di San Martino” perché è stretta, in pendenza e ammantata di brecciolino e aghi di pino, lieve grattata con lo zoccolo del carrellino al selciato e lo vedo allungarsi in volata, si volta per un cenno di saluto e subito mi parte in testa la colonna sonora “the Chaampioooons…!!!”. Io intanto rallento e recupero un po’ di fiato.

Si va a scuola a piedi anche per tenersi in forma, che credete?