Se sono luce posso aiutare qualcun altro a vedere

Compleanni tardivi

Che poi sta cosa che il compleanno della Madonna è il 5 agosto, ma si festeggia oggi, mi fa tanto pensare a quando ai nostri nonni assegnavano come data di nascita quella della registrazione all’anagrafe.
Praticamente, se in data 8settembre (più di un mese dopo) papà Gioacchino finalmente arrivò all’ufficio del censimento, posso solo immaginare quanto era lunga la fila…

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questa di sicuro l’hanno scattata quando San Gioacchino è riuscito a tornare a casa

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È notte fonda e non ho ancora smesso di stupirmi di quello che oggi ho vissuto sulla mia pelle e nei miei ricordi.
Io che con un salto mi libravo in volo e riuscivo quasi a staccarmi dall’acqua per riacchiappare un pallone, più e più volte, di seguito e senza affanni.

Io la stessa, che ai tempi della scuola tremava come una foglia perché non sapevo giocare a pallavolo. Quando vedevo uno annuire per indicare che era pronto alla battuta, il mio cuore partiva all’impazzata perché sapevo che non ce l’avrei fatta e poi  … non mi smentivo. Il pallone, se non lo mancavo clamorosamente, mi faceva male, ero troppo fragile, soprattutto caratterialmente, anche solo per immaginare che forse potevo farcela anche io.

Oggi per la prima volta mi sono sentita libera, leggera, complice  e non più vittima di quella determinazione, pienamente felice in un gioco fuori dal tempo dell’ansia.

Oggi per la prima volta ho giocato a pallavolo in una piscina che sembrava annullare ogni mio peso, ed è stato meraviglioso.

Finalmente ho portato a casa il colore del sole sulla mia pelle, e quello del cielo e della selva nei miei occhi. Librandomi a mezz’aria, durante ogni salto sopra quella piscina, vedevo il mondo intorno a me ancora più immenso e tutto è stato per me testimonianza di infinita meraviglia.

[articolo pubblicato e meglio impaginato qui ]

Tanti, tanti anni fa, quando non eravamo ancora nel nuovo millennio, Leo Ortolani iniziò a pubblicare la serie a fumetti “Venerdì 12” per raccontare la storia di Aldo che, profondamente innamorato, regala un carillon stregato a Bedelia, femme fatale che non solo non lo ricambia, ma prova per lui lo stesso trasporto emotivo che si ha per lo spam in posta, un paio di giorni dopo averne eliminato ogni traccia. Questo tragico rifiuto trasforma Aldo in un mostro orripilante e compare Giuda, il cinico servitore, che lo trascina in situazioni sempre più improbabili pur di distrarlo dalla sua ossessione, ma di episodio in episodio diventa sempre più palese che ne è invischiato più di prima.

Leo Ortolani conclude l’opera con un articolo intitolato “a calci nel cuore” ed è proprio da lì che vogliamo ripartire. È sorprendente che nessuno abbia ancora scritto una recensione sui tanti riferimenti che permettono al lettore di passare da una lettura scatologica ad una escatologica che arriva fino al cuore.

Aldo in carne, ossa e … Giuda!

Lo struggimento per un amore senza speranza può essere tranquillamente parificato all’infelicità provocata da un sogno in qualsiasi ambito della nostra vita che non si realizza come noi lo vorremmo.

E quando come Aldo non sappiamo che pesci prendere, ecco comparire Giuda con i suoi suggerimenti e aiuti tutti allineati in direzione sempre demotivante e riduttiva, se non perversa.

Quanti Giuda agiscono da distrattori nella nostra vita quando, invece, abbiamo proprio bisogno di metterci alla ricerca di un senso o di una maggiore concentrazione? Pensate agli amici che vi chiedono di uscire per un caffè il giorno prima di un esame, o alle notifiche sul telefono mentre siete a cena con la vostra ragazza…

La solitudine, ovvero, perché Giuda riesce così bene nel suo intento?


Perché Aldo non ha mai fatto alcuna esperienza concreta e significativa di cristianità e non ha nulla che lo trattiene dal cedere a Giuda. È come quei tanti per i quali “credo in Gesù, ma non nella Chiesa”, “che bravo il Papa, ma io a messa non ci vado”, “la bibbia è un best seller, ma non la sfioro manco col panno antipolvere”. Insomma, accetta in parte la nozione, ma gli manca la pratica e quindi non sa che certe cose possono funzionare davvero. Di qui si colloca stabilmente nell’autocommiserazione per cui è colpa di una maledizione se non può essere felice, è colpa degli altri se resta solo con le sue ossessioni, e così il Giuda di turno lo trova debole abbastanza per portarlo dove vuole.

È facile approfittare di chi intende svendersi per un po’ di attenzioni. In altri ambiti la chiamano “dipendenza affettiva”.

Troppe lacrime per Bedelia

Ci sono tante storie che si aprono con uno spiraglio di cambiamento e si infrangono, o curiosamente si interrompono un attimo prima di andare a segno, per l’urgenza di lasciare spazio a un fiume inesorabile di lacrime per Bedelia.

Tutto si fa però non per Bedelia, ma per il suo quadro appeso, perché si tratta sempre e solo di amore immaginato. Di fatto Bedelia è una che passa di braccia in braccia senza remore e che addirittura fa tatuare i suoi toy boy con un numero progressivo sotto la coscia per tenerne il conto. Quello che importa sottolineare non è la vacuità della morale di Bedelia, quanto la devastazione che quell’amore solo immaginato porta in Aldo.

Aldo dedica ogni lacrima non a Bedelia, ma al suo quadro appeso. Se amare o innamorarsi fosse solo questo, allora lo facevamo con più dignità noi quando sospiravamo per poster delle celebrità staccati dalle riviste.

Le sue mormorazioni e i suoi gemiti sono esattamente il gorgo in cui anche noi lasciamo annegare non solo la felicità futura, ma soprattutto quella attuale.

E non siamo per nulla moderni o originali in questo. Dopo Adamo ed Eva (gli unici originali per davvero!), persino nel deserto gli israeliti ricordavano con nostalgia le cipolle d’Egitto. Ma vi rendete conto? Non lo spezzatino, non le focacce cotte sulla pietra, no, le cipolle…

Se ci ostiniamo a versare lacrime di disperazione solo per mantenere il contatto mentale con ciò che è fuori portata, inevitabilmente verrà a mancare il terreno giusto per preservare ciò che di buono ancora c’è nella vita di ciascuno.Degli israeliti piagnoni nessuno ha vissuto tanto a lungo da mettere piede nella Terra Promessa, nemmeno Mosè, ma ci sono riusciti i loro figli concepiti come desiderio e fiducia nel disegno di Dio.

Fidatevi, che se Dio non ci ha ancora fulminati tutti e non ha nemmeno fatto spirare la linea internet che ci tiene connessi in questo istante, significa che del bene c’è! O meglio, la possibilità di scegliere il bene e preservarlo, è ancora una facoltà a nostra disposizione.

Tuttavia, non per tutti, a un certo punto, la ricerca della felicità è una priorità. Quanti fan del “mai-una-gioia” conoscete? Quanti hanno l’onestà di ammettere che è davvero tanto più comodo restare a commiserarsi per suscitare interesse e spesso anche sostegno intorno a sé?

Quando scegliamo le alternative, ma forse era meglio prima

Se il primo errore di Aldo è poggiare la sua speranza su cose immaginarie e scollate dalla realtà, così da avere un motivo per lamentarsi e meritarsi la consolazione di Giuda, il secondo è di pensare di risolvere tutto con uno sforzo di volontà, solo sua e molto grande.

Dagli spokon, abbiamo imparato che tutti quelli che si allenano duro (ma proprio tutti eh?), dopo vincono le competizioni e pure i mondiali, se ci credono abbastanza.

In Venerdì 12 troviamo la lampante conferma al sottile dubbio che da un po’ ci attanagliava: con uno sforzo fatto solo di volontà ci possiamo ritrovare a fare figure da idioti, per cui alla fine di tutto o finiamo a piangere davanti alla nostra personale versione del quadro di Bedelia, cioè il nostro sogno immaginario, o in alternativa possiamo volontariamente provare ad asfaltare ogni parvenza di dignità, fino a umiliarci definitivamente con… Ciurga.

Ciurga al pari di Bedelia ha l’insensibilità di una ceramica da bagno a cui si aggiungono però l’indiscutibile somiglianza fisica e modi ancor più turpi. Sembra proprio essere l’unica risposta possibile all’altezza della nostra autostima.

Incarna alla perfezione un assunto che catechisticamente anche don Fabio Rosini cita spesso:

“Non mi spaventano i problemi, ma le soluzioni che la gente trova e mette in atto. Quelle, sì, mi spaventano!” ( Don Fabio Rosini )

Quando uno smette di cercare la felicità a partire da ciò che è Verità, allora è anche capace di abbeverarsi ad una fogna e dire che ci si può dissetare.

Il risveglio: come ci si libera da un destino di calci nel cuore

Ad un certo punto c’è bisogno che, come per San Paolo, cadano i veli dagli occhi.

Nel lettore il paradosso tra quello a cui Aldo aspira, stare con Bedelia, e quello che Aldo fa per raggiungere la sua felicità, si fa ancora più stridente quando Bedelia è fisicamente nel suo appartamento e lui non la degna di attenzioni, ma anzi … vorrebbe evitarla!

Una considerazione importante è: chissà quante volte abbiamo avuto a portata di mano ciò che avrebbe potuto renderci felici e non ce ne siamo accorti! Quante volte tutto ciò di cui avevamo veramente bisogno era lì, ma lo abbiamo capito troppo tardi?

Cosa dovremmo trarre da questo? Che è sbagliato avere desideri o aspirazioni? Che siamo condannati ad una eterna spirale di dannazione in cui scendiamo rincorrendo cose senza senso e poi l’unica scelta è se fermarsi sul fondo a piangere per Bedelia, o iniziare (con uno scarto di volontà) a scavare per trovare Ciurga?

C’è sempre un dettaglio insignificante, come l’insetto nel torneo di Harry Potter, a cui non diamo il giusto peso, ma che è la exit door verso una conclusione diversa.

La conclusione

Abbiamo visto che il rischio più grande è non saper vedere a quante forzature, a quanti squallidi ricatti siamo pronti a piegarci pur di mantenerci a galla nelle nostre proiezioni.

Sembra evidente che la causa della nostra infelicità sia il fatto che il sogno è irrealizzabile, ma se è solo inventato non potrà mai tout court darci la completezza che vorremmo.

In tutto ciò non teniamo quasi mai in conto che l’azione preferita da Dio è proprio il fuori schema e che per salvarci da noi stessi non si stanca di creare situazioni di uscita adatte alle nostre deviazioni.

Se è arrivato a pensarlo anche Leo Ortolani che

 “Senza redenzione non poteva esserci un vero finale.” (Leo Ortolani)

allora forse il concetto è davvero cattolico e universale.

Ed ecco infatti arrivare sulla scena del fumetto Dulcistella, una semplice ragazza che un po’ per volta restituisce ad Aldo la consapevolezza della sua dimensione umana per infrangere la maledizione del carillon.

Questa redenzione che arriva dal di fuori, che è slegata dalla nostra volontà e viene a bussare con tenerezza alla nostra porta interiore (non a prenderci a calci!) esattamente lì dove siamo più feriti e fragili, discende da Dio che ci conosce meglio di noi stessi e nonostante questo ( o forse proprio per questo) ci ama.

L’exit door, che in gergo tecnico chiamiamo Grazia dà la forza di spezzare le catene e addirittura di Risorgere, ma tutto sta nel rendersi conto che esiste e talvolta occorre allenarsi per riconoscerla.

Se proprio non sapete da dove cominciare provate con il sacramento della Confessione che è sempre buon un punto di partenza, ma ora che vi abbiamo svelato come fare non ci sono più scuse: siete pronti a prendere in mano le chiavi per far ripartire la vostra vita o siete in coda alla cassa per fare scorta di fazzolettini?

Paura.

Paura di non farcela. Di non essere abbastanza forte da tenermi stabile nel “bright side” della Forza. E di fatto non credo di esserci riuscita in pieno.

Non ero sedotta dal lato oscuro, intendiamoci, ma pensavo solo al fatto che non ero abbastanza forte da reagire, io da sola, contro quello che mi si parava sotto lo sguardo.

Non sono stata abbastanza in gamba da invocare il nome di Gesù come spesso si consiglia in questi casi. Anche se capivo che il fastidio e il disgusto che provavo erano ancora un segnale del mio pur presente attaccamento al Bene.

Non avevo la concentrazione per pregare, e lo spavento mi distraeva dal trovare una valida strategia di resistenza.

Secondo il parroco con cui ne ho discusso, tutto sommato è andata bene così perché se avessi reagito con un esplicito riferimento cattolico alle potenze celesti, forse avrei suscitato una più marcata risposta in termini di scherno anti-cattolico.

La paura più grande era che il demonio potesse essere più forte di Dio non in assoluto, ma solo su di me, perché sono debole e in quella circostanza anche temporalmente lontana dall’ultimo sacramento della confessione presa.

Per Grazia, questa è stata anche la più grande menzogna a cui voleva che credessi, e quella infranta con più gratitudine.

Scena.

Serata a Monopoli, con tutte le associazioni impegnate con la messa in scena di Hobbiton nelle sale del castello di Carlo V, mio marito in cerca di una messa cattolica dovunque nella città, e io e Lc nella Sala delle Armi, per una messa in tavola di giochi in scatola: l’unico vero motivo per essere lì a quell’ora. Insieme a noi, un’altra famigliola di amici nostri coetanei, anche loro con una figlia un anno più piccola del cavaliere di casa nostra.

Azione.

In tutto questo cimentarsi in qualcosa, non avevamo fatto i conti con l’unico che non avremmo messo sicuramente tra noi, ma si è presentato da solo senza nemmeno essere stato invitato, il cornutone del piano di sotto. Dopo un veloce e piacevole “Sushi go”, il nostro animatore tira fuori una scatola da gioco chiamata Vudù e iniziano a succedere cose strane.

Riavvolgo il filmato di ciò che ho visto con gli occhi, per sperare di raccontare nel post 2 di 2 ciò che è emerso da una lettura interiore.

Non appena vedo quella scatola, io inizio a dare segni di insofferenza, gli altri al tavolo sembrano non fare caso né al titolo, né al tipo di gioco. Si apre la scatola, i bambini sono interessatissimi ad esaminarne il contenuto e una bambolina vudù comincia lentamente a passare di mano in mano.

Io inizio a cercare di richiamare l’attenzione dell’altra mamma: – Oh ma hai visto come si chiama il gioco? Sei davvero sicura di volerlo fare?

Lei: – No, non lo conosco. Ma guarda! Cos’è questa? Una bambola vudù?

Io:- Sì, guarda che il gioco si chiama proprio così…

Lei:- Ah e, vediamo, di cosa si tratta?

Non riesco ad oppormi a quella scelta, di fatto mai espressa. Dentro di me è come se qualcosa urla dicendomi che quella bambola non devo nemmeno toccarla, forse dovrei dirlo agli altri, ma li guardo negli occhi, li vedo distratti e non spiccico parola. Un pensiero sottile mi dice che non posso mica partire con un predicozzo in quel momento, ma me lo dice con un deterrente abbastanza cretino: – E se ci rimangono male? In fondo è solo la prima volta che usciamo insieme -. Cretino, ma in quel momento funziona.

Lei: – Ma guarda è proprio una bambola vudù? Che dici?

E intanto me la porge. Non voglio prenderla e freno le mie mani a mezza distanza. Ho difficoltà a ricordare proprio come si parla, a formulare una frase, ma siccome sono anche un po’ dislessica, e la stanchezza influisce, penso sia il solito blocco che ogni tanto mi prende e che dipenda tutto da lì.

Quando però ci raggiunge mio marito, per indicargli dove siamo e salutarlo mi allontano da tavolo, e – Oh che bello! – riesco a parlare di nuovo!

Mi riavvicino, l’introduzione al gioco è già iniziata e sento la bambina gridare eccitata: – Sìììì, le maledizioni! Voglio lanciare le maledizioni.

Io resto di nuovo allibita e torno a essere incapace di manifestare il mio disagio, ma anche i genitori della bambina restano muti.

Mio marito è ancora in piedi, un po’ distante a guardarsi intorno, mi allontano dal tavolo per avvicinarmi a lui e lo sento dire: – Ma io quasi quasi darei una occhiata al castello.

Io: – Ma io quasi quasi verrei con te! – e dentro di me aggiungo – Oh ma com’è che qui la dislessia va e viene?!

L’animatore sta già creando dei mazzetti di carte al centro del tavolo, vedo Luca serio e assorto. Il mio pensiero si fa nitido: devo portarlo via di qui.

-Io e papà ci allontaniamo per vedere il castello, tu … che … fai? -la voce si smorza, non era proprio così che lo volevo dire!! Dovevo dirgli qualcosa di più incisivo, che lo predisponesse già a venire con noi.

La risposta di Luca è vaga, il gioco è già avanti ai suoi occhi, dal suo punto di vista è solo un peccato non poterci giocare.

Il mio sguardo si allarga verso l’altra famigliola, non posso pensare solo a mio figlio, devo farmi carico anche di loro, non posso abbandonarli, ma com’è che non riesco a dire nulla per salvare la situazione?

La bambina intanto continua giuliva a dire: – Maledizioni! Maledizioni! Voglio fare le maledizioni!

Guardo i genitori, ancora quello sguardo spento, come se fossero completamente succubi della tirannia della bambina, incapaci di contrastarla. Di nuovo ho quell’impressione di non riuscire a parlare, di non sapere cosa dire per scuoterli poi è successo un segno per me ancora più evidente.

La mamma mi guarda negli occhi e coglie qualcosa. Mi sto sforzando di parlare ma riesco solo a ruotare appena la testa per dire il mio “no” con un piccolo cenno, e chissà che espressione avevo in volto.

-Ah sì, – dice lei – forse ho capito! – e indicando me agli occhi dell’animatore aggiunge – lei è molto particolare, su certe cose è molto attenta e forse non sono per lei…-

Volevo ribattere al velato scherno, e invece la mascella mi si serra del tutto. Esattamente come se avessi una museruola, come se si fosse cementata, ma chiusa, a molari serrati.

L’unica cosa che riesco a fare è annuire, perché in fondo c’è un po’ di ragione in quello che ha detto, ma la situazione di impotenza inizia a darmi ai nervi.

Capisco che la strategia vincente è quella del sub: devo allontanarmi dal tavolo per prendere aria. Lo faccio, respiro e ritorno alla carica:- Lc vieni con noi? Ma non è che venite anche voi? –

Per un attimo ho avuto l’impressione di vedere il tavolo invaso da rivoli oscuri semitrasparenti, tipo serpentelli fatti di fumo nero, che man mano dalla scatola si riversavano verso i bordi del tavolo, alcuni scivolavano giù a terra altri si ricurvavano su se stessi, ma sparpagliandosi si rendevano tutti meno distinguibili, come ombre. Intanto sento il papà dire:- Beh visto che siamo qui, giochiamo ancora un po’ e poi andiamo via.

Bambina: – Voglio giocare! Mamma, dobbiamo fare il gioco! Dài!!!

Mamma: – E… sì dài, vedi il gioco …

Sono daccapo in stallo, reitero la strategia del sub, ma mentre mi riallontano, oltre a prendere fiato, prendo al volo anche prima scatola carina, nuova e luccicante, a portata di mano, sul tavolo affianco al nostro. La metto rapidamente tra le mani dell’animatore e gli dico: – Senti ma questo lo sai fare? Che gioco è?

L’animatore che praticamente si fermava a confabulare con un altro della sua crew tutte le volte che mi avvicinavo io, lo fa anche stavolta, poi con una smorfia dice :- Vabbè ho capito, non è cosa (* trad. dal pugliese: con voi non c’è niente da fare, non c’è modo di proseguire).

Finalmente richiude la scatola Vudù, si allontana e torna con un gioco di quelli normali tradizionali, Jungle speed. Improvvisamente tutta la tensione va via e il nostro sabato torna ad essere una distesa serata di gioco e divertimento completato con l’ennesimo concerto delle Stelle di Hokuto, tutto a base di sigle dei cartoni animati e colonne sonore …. da Hobbit!

Può una madre dimenticarsi di suo figlio? Sì, può dimenticarsi che è ora di uscita dalla scuola, può dimenticarsi di guardare l’orologio, perdere cognizione del tempo e iniziare a correre che Bolt lèvati, (tanto sono più veloce a piedi che imbottigliata nel traffico urbano), se ha avviato un mp3 da cui non riesce a staccarsi.

Ma se tutto questo succede per ascoltare una omelia dettata dallo Spirito Santo e non ho ceduto alla tentazione tutta femminile di programmarla in tempi meno stretti, …vale a mia discolpa?

E comunque ho l’impressione che i miei tempi di corsa siano in continuo miglioramento. Se un giorno vi sembra di vedere un fulmine rosso saettare per le vie, non è Flash, molto probabilmente sono io che corro in ritardo e con la lingua di fuori con effetto sciarpetta …

Un amore vero non abusa di nessuno: non c’è superiorità auto-attribuita che autorizzi al mero rapporto d’uso del prossimo.

E non permette a nessuno di togliergli la dignità: se per amore ci si colloca nel comodo spazio tra il tacco e il pavimento, non è amore.

L’amore autentico rende liberi tutti, aiuta a guarire le proprie ferite, e comunica amore per sanare quelle degli altri.