Se sono luce posso aiutare qualcun altro a vedere

Ci sono momenti in cui sento il bisogno di staccare il naso dai miei libri e mi parte l’embolo di partire all’avventura. Durante la quarantena ho scoperto che esiste una caccia al tesoro permanente i tutto il mondo capace di attrarre l’attenzione di grandi, piccini e gente che non ha mai messo da parte il senso della meraviglia per quanto di bello ha ancora da offrire questo mondo (https://www.geocaching.com/).

È capitato, così per caso, di scoprire che un giorno le condizioni astrali erano tutte favorevoli: zona bianca, c’è, geocatch in un comune vicino, c’è , la temperatura accettabile , c’è, … ed è partito l’embolo. Tempo due ore ho messo insieme una mini squadra di cercatori, pronta a mettersi in gioco per il primo geolog della nostra storia.

Il ritrovamento in sé era facile, ma ci sono quelle fotografie del cuore che me lo ricorderanno come unico:

1) mio figlio che chiede «Ma davvero c’è un tesoro vicino a un cimitero??? Allora mi porto la pala!» e poi la porta davvero

2) lui e il suo amico intenti a confabulare, parlandosi fitto per non farsi sentire, ma poi si sentiva lo stesso e cercavano di capire come trovare la strada giusta senza farsi imbrogliare sul percorso dal navigatore che, si sa, a volte prende iniziative turistiche ed è capace di farti transitare dal comune vicino, quando invece bastava attraversare la strada al primo bivio…

2) io che prima ancora di partire avevo spiegato accuratamente che questo tipo di ricerca va fatta in assoluto segreto senza dare nell’occhio, perché ai babbani non venga in mente di rovinare il gioco distruggendo gli innocui tesori. Come da manuale … a un passo dalla meta, mio figlio e il suo amico sollevano al cielo il bussolotto del tesoro come la coppa Uefa e prorompono in un «È quiiiii!!» così limpido e pieno che ha riecheggiato in tutto il viale alberato del cimitero (che per fortuna era a quell’ora già deserto).

3) Dulcis in fundo, c’è lei, Rosa, una maestra in pensione, coptata per la missione e nostra custode in questa ricerca, perché abita già nel paesello del nostro tesoro obiettivo, e che ci deliziato con storie legate ad alcuni dei luoghi che abbiamo attraversato.

L’immagine che mi ha colpito è che quando lei passeggiava si guardava intorno, ma non con gli occhi di chi deve solo controllare dove mettere i piedi. Lei “vedeva” il mondo con uno sguardo curioso e sereno al tempo stesso, come chi guarda il mare quando la tempesta è già passata da un po’.

Quando sorrideva, le brillavano gli occhi.

Quando invece salutava le persone, lo faceva davvero, chiamando tutti per nome, facendoli sentire conosciuti, e in un modo che non so spiegarmi, benvoluti, apprezzati. Conosceva le loro storie e quelle delle loro famiglie, anche se non erano stati suoi alunni!

E questo aveva tutta l’aria di essere un super potere da maestre. Uno di quelli che mi piacerebbe imparare in fretta, ma ogni cosa ha bisogno del suo tempo per maturare e portare frutto.

4) ci vogliamo mettere che poi l’avventura non poteva concludersi senza una fermata in gelateria per sugellare il nostro patto di amicizia e divertimento? I patti sono patti e, no appunto, era così piacevole stare a zonzo in una mite sera d’estate, che era un peccato non rispettare questo rito delle uscite da ricordare!!!

Il lingotto di ferro

Questo è un lingotto di ferro,il suo valore è di circa 100 dollari.Se fosse ferro usato varrebbe circa 25 dollari.Se decideste di farne dei ferri da cavallo, il suo valore salirebbe a 250 dollari.Qualora, invece decideste​ di farne aghi per cucire, il valore salirebbe a​ circa 70.000 dollari.Se invece decideste di produrre molle per orologi il valore salirebbe a circa 6 milioni di dollari.Il vostro valore non è solo “in ciò di cui siete fatti” , ma soprattutto ” in quali modi siete in grado di trarre il meglio da ciò che siete”.

Dr. Wayne Walter Dyer

Qualche giorno fa a scuola mi hanno detto: si vede che sei appassionata e tu piace quello che fai.

Considerando che avevo dormito pochissimo e mi sentivo quasi pronta a posare anche per una versione di “Santa Lucia con gli occhi sul piattino” tanta era la stanchezza, allora sì, siamo su una buona strada!

L’album dei ricordi

E Luca è tornato a casa con occhi sognanti, ancora emozionato all’idea di essere stato ricevuto di persona dalla sindaca Luciana Laera, e con voce flautata ancora diceva:”Mamma…. che bello, sono stato vicino alla sindaca!Ma un giorno potrò diventare sindaco pure io?”

😆

Grazie Francesco Russo per lo splendido servizio realizzato per TELEBARI! Qui il link al tg online https://youtu.be/BribUZEEeHM?t=733

L’ultimo incontro mi è accaduto nel giorno della vigilia del Natale ed ecco che ci ho messo un giorno intero a contemplare in me quello che avevo vissuto, prima che il fluire dei pensieri, senza pudore, né minima esitazione, venisse scritto di getto e inviato al Ganzo, ormai uno dei custodi viventi di questi segni che continuano a succedere e a lasciare traccia, senza alcuna apparente motivazione razionale.

Penso che non ci sia categoria più adatta di “incontri da yensid” per riportarvi la trascrizione dei messaggi che gli ho inviato per raccontargli quello che è successo.

In pratica è accaduto che scrivevo a lui con la netta sensazione che dell’altra parte ci fosse Upi a leggere, anche se poi razionalmente so che sono due persone distinte e che se scrivo al Ganzo, è il Ganzo che legge.

Rileggendo quelle righe, ma anche mentre le scrivevo, respiravo davvero la stessa libertà, la stessa certezza di essere capita come quando scrivevo o parlavo con Upi.

Ho messo in corsivo proprio le parole in cui la sensazione è che non mi rendessi conto di parlare a tutt’altra persona e la cosa bella è che il tratto e le espressioni usate sono proprio quelle che coloravano i dialoghi di quei tempi ormai trascorsi da tanto.

Nell’incontro, in fondo a ciò che resta, io ora lo riconosco, c’è sempre stato Lui… ad intrecciare la mia vita con quella degli altri fratelli di cammino.

——————————————-inizio trascrizone——————————-

Ieri  siamo andati al cimitero a trovare Eleonora Laterza, di cui tu hai conosciuto la famiglia a pranzo da noi.

Era incredibile essere lì e in qualche modo sentirsi connessi con Upi a Roma.

C’è un filo segreto che tiene insieme tutte le nostre storie, che siano scritte a penna o scarabocchiate al carboncino, tutte si ritrovano a seguire linee invisibili che ci mettono in connessione con pagine già scritte e altre sulle quali è ancora possibile lasciare il segno.

E poi per tutte resta la grande incognita del foglio bianco.

Assolutamente vuoto e disarmante a prima vista e poi maggior fonte di ispirazione non appena lo stilo incomincia a poggiarsi su quella superficie morbida e accogliente dove tutto, ma davvero tutto, può sempre succedere.

Non so perché ti scrivo ‘ste cose a quest’ora del giorno di Natale, forse perché per me hai ereditato qualcosa di uposo a cui posso far riferimento, nel momento in cui i pensieri mi portano lontano o troppo in alto.

Io che ancora nemmeno so se sono penna o se sono carboncino!

 

Il tag “incontri da yensid” sembra essere rimasto in sospeso in un tempo in cui incontri e dialoghi surreali passavano dall’essere solo parole al diventare persone e cose vissute.

Poi la vita, con tutte le sue stranezze e tutte le pieghe e i risvolti che nessuno si aspettava, ci ha portati a incontrarci ugualmente e a far nascere situazioni, pensieri e incontri che, a partire dalle persone, necessitano di tornare a essere parole capaci di lasciare traccia per non essere dimenticate, asfaltate dal tempo, dalla fretta e da millemila altre distrazioni…

Di fatto non non ho mai smesso di incrociare,  più spesso nel web e molto più raramente di persona, alcuni dei personaggi mitologici incontrati tramite questo blog.

E nonostante le liste di cose da fare, tutti i progetti e i sogni da inseguire, ci sono momenti in cui le variazioni nella Forza non passano inosservate. Si riconoscono sempre da quell’inconfondibile tocco di surreale e dolcissima poesia che incanta e scalda l’anima.

L’ultimo è accaduto nel giorno della vigilia del Natale, ma per capire di cosa si tratta rimando al prossimo post. Per ora basti sapere che ho capito che gli “incontri da yensid” hanno trovato linfa anche in un serbatoio in cui accadevano cose, ma che non sapevo neanche più bene se e come riportare…

In punta di piedi

Dal web…❤️🙏🏻
“Mia madre faceva la maestra. La ricordo di sera, dopo cena, china sullo stesso tavolo dove poco prima c’erano i nostri piatti, a correggere i compiti dei suoi alunni. Non usava la penna rossa per evidenziare gli errori, li sottolineava invece con un pastello verde chiaro, come le prime timide foglie di primavera.
Una di quelle sere che non avevo sonno e mi piaceva starle accanto a leggere Topolino, le chiesi perché quel colore invece del rosso che usavano tutte le altre maestre.
Mi rispose senza alzare la testa da quei fogli :
– È che nelle cose degli altri devi entrarci in punta di piedi, specialmente quando hai il compito di correggerne gli errori. Il rosso è un urlo, un’accusa alla quale non si può replicare. Dice “Tu hai sbagliato!” con il dito puntato contro.
Il verde è gentile, come una piantina che cresce e per farlo ha bisogno di sostegno. Il verde non demolisce, sostiene.”

È vero, è “in punta di piedi” che dovremmo correggere gli errori, i nostri compresi.

Compleanni tardivi

Che poi sta cosa che il compleanno della Madonna è il 5 agosto, ma si festeggia oggi, mi fa tanto pensare a quando ai nostri nonni assegnavano come data di nascita quella della registrazione all’anagrafe.
Praticamente, se in data 8settembre (più di un mese dopo) papà Gioacchino finalmente arrivò all’ufficio del censimento, posso solo immaginare quanto era lunga la fila…

s-l300

questa di sicuro l’hanno scattata quando San Gioacchino è riuscito a tornare a casa

È notte fonda e non ho ancora smesso di stupirmi di quello che oggi ho vissuto sulla mia pelle e nei miei ricordi.
Io che con un salto mi libravo in volo e riuscivo quasi a staccarmi dall’acqua per riacchiappare un pallone, più e più volte, di seguito e senza affanni.

Io la stessa, che ai tempi della scuola tremava come una foglia perché non sapevo giocare a pallavolo. Quando vedevo uno annuire per indicare che era pronto alla battuta, il mio cuore partiva all’impazzata perché sapevo che non ce l’avrei fatta e poi  … non mi smentivo. Il pallone, se non lo mancavo clamorosamente, mi faceva male, ero troppo fragile, soprattutto caratterialmente, anche solo per immaginare che forse potevo farcela anche io.

Oggi per la prima volta mi sono sentita libera, leggera, complice  e non più vittima di quella determinazione, pienamente felice in un gioco fuori dal tempo dell’ansia.

Oggi per la prima volta ho giocato a pallavolo in una piscina che sembrava annullare ogni mio peso, ed è stato meraviglioso.

Finalmente ho portato a casa il colore del sole sulla mia pelle, e quello del cielo e della selva nei miei occhi. Librandomi a mezz’aria, durante ogni salto sopra quella piscina, vedevo il mondo intorno a me ancora più immenso e tutto è stato per me testimonianza di infinita meraviglia.

[articolo pubblicato e meglio impaginato qui ]

Tanti, tanti anni fa, quando non eravamo ancora nel nuovo millennio, Leo Ortolani iniziò a pubblicare la serie a fumetti “Venerdì 12” per raccontare la storia di Aldo che, profondamente innamorato, regala un carillon stregato a Bedelia, femme fatale che non solo non lo ricambia, ma prova per lui lo stesso trasporto emotivo che si ha per lo spam in posta, un paio di giorni dopo averne eliminato ogni traccia. Questo tragico rifiuto trasforma Aldo in un mostro orripilante e compare Giuda, il cinico servitore, che lo trascina in situazioni sempre più improbabili pur di distrarlo dalla sua ossessione, ma di episodio in episodio diventa sempre più palese che ne è invischiato più di prima.

Leo Ortolani conclude l’opera con un articolo intitolato “a calci nel cuore” ed è proprio da lì che vogliamo ripartire. È sorprendente che nessuno abbia ancora scritto una recensione sui tanti riferimenti che permettono al lettore di passare da una lettura scatologica ad una escatologica che arriva fino al cuore.

Aldo in carne, ossa e … Giuda!

Lo struggimento per un amore senza speranza può essere tranquillamente parificato all’infelicità provocata da un sogno in qualsiasi ambito della nostra vita che non si realizza come noi lo vorremmo.

E quando come Aldo non sappiamo che pesci prendere, ecco comparire Giuda con i suoi suggerimenti e aiuti tutti allineati in direzione sempre demotivante e riduttiva, se non perversa.

Quanti Giuda agiscono da distrattori nella nostra vita quando, invece, abbiamo proprio bisogno di metterci alla ricerca di un senso o di una maggiore concentrazione? Pensate agli amici che vi chiedono di uscire per un caffè il giorno prima di un esame, o alle notifiche sul telefono mentre siete a cena con la vostra ragazza…

La solitudine, ovvero, perché Giuda riesce così bene nel suo intento?


Perché Aldo non ha mai fatto alcuna esperienza concreta e significativa di cristianità e non ha nulla che lo trattiene dal cedere a Giuda. È come quei tanti per i quali “credo in Gesù, ma non nella Chiesa”, “che bravo il Papa, ma io a messa non ci vado”, “la bibbia è un best seller, ma non la sfioro manco col panno antipolvere”. Insomma, accetta in parte la nozione, ma gli manca la pratica e quindi non sa che certe cose possono funzionare davvero. Di qui si colloca stabilmente nell’autocommiserazione per cui è colpa di una maledizione se non può essere felice, è colpa degli altri se resta solo con le sue ossessioni, e così il Giuda di turno lo trova debole abbastanza per portarlo dove vuole.

È facile approfittare di chi intende svendersi per un po’ di attenzioni. In altri ambiti la chiamano “dipendenza affettiva”.

Troppe lacrime per Bedelia

Ci sono tante storie che si aprono con uno spiraglio di cambiamento e si infrangono, o curiosamente si interrompono un attimo prima di andare a segno, per l’urgenza di lasciare spazio a un fiume inesorabile di lacrime per Bedelia.

Tutto si fa però non per Bedelia, ma per il suo quadro appeso, perché si tratta sempre e solo di amore immaginato. Di fatto Bedelia è una che passa di braccia in braccia senza remore e che addirittura fa tatuare i suoi toy boy con un numero progressivo sotto la coscia per tenerne il conto. Quello che importa sottolineare non è la vacuità della morale di Bedelia, quanto la devastazione che quell’amore solo immaginato porta in Aldo.

Aldo dedica ogni lacrima non a Bedelia, ma al suo quadro appeso. Se amare o innamorarsi fosse solo questo, allora lo facevamo con più dignità noi quando sospiravamo per poster delle celebrità staccati dalle riviste.

Le sue mormorazioni e i suoi gemiti sono esattamente il gorgo in cui anche noi lasciamo annegare non solo la felicità futura, ma soprattutto quella attuale.

E non siamo per nulla moderni o originali in questo. Dopo Adamo ed Eva (gli unici originali per davvero!), persino nel deserto gli israeliti ricordavano con nostalgia le cipolle d’Egitto. Ma vi rendete conto? Non lo spezzatino, non le focacce cotte sulla pietra, no, le cipolle…

Se ci ostiniamo a versare lacrime di disperazione solo per mantenere il contatto mentale con ciò che è fuori portata, inevitabilmente verrà a mancare il terreno giusto per preservare ciò che di buono ancora c’è nella vita di ciascuno.Degli israeliti piagnoni nessuno ha vissuto tanto a lungo da mettere piede nella Terra Promessa, nemmeno Mosè, ma ci sono riusciti i loro figli concepiti come desiderio e fiducia nel disegno di Dio.

Fidatevi, che se Dio non ci ha ancora fulminati tutti e non ha nemmeno fatto spirare la linea internet che ci tiene connessi in questo istante, significa che del bene c’è! O meglio, la possibilità di scegliere il bene e preservarlo, è ancora una facoltà a nostra disposizione.

Tuttavia, non per tutti, a un certo punto, la ricerca della felicità è una priorità. Quanti fan del “mai-una-gioia” conoscete? Quanti hanno l’onestà di ammettere che è davvero tanto più comodo restare a commiserarsi per suscitare interesse e spesso anche sostegno intorno a sé?

Quando scegliamo le alternative, ma forse era meglio prima

Se il primo errore di Aldo è poggiare la sua speranza su cose immaginarie e scollate dalla realtà, così da avere un motivo per lamentarsi e meritarsi la consolazione di Giuda, il secondo è di pensare di risolvere tutto con uno sforzo di volontà, solo sua e molto grande.

Dagli spokon, abbiamo imparato che tutti quelli che si allenano duro (ma proprio tutti eh?), dopo vincono le competizioni e pure i mondiali, se ci credono abbastanza.

In Venerdì 12 troviamo la lampante conferma al sottile dubbio che da un po’ ci attanagliava: con uno sforzo fatto solo di volontà ci possiamo ritrovare a fare figure da idioti, per cui alla fine di tutto o finiamo a piangere davanti alla nostra personale versione del quadro di Bedelia, cioè il nostro sogno immaginario, o in alternativa possiamo volontariamente provare ad asfaltare ogni parvenza di dignità, fino a umiliarci definitivamente con… Ciurga.

Ciurga al pari di Bedelia ha l’insensibilità di una ceramica da bagno a cui si aggiungono però l’indiscutibile somiglianza fisica e modi ancor più turpi. Sembra proprio essere l’unica risposta possibile all’altezza della nostra autostima.

Incarna alla perfezione un assunto che catechisticamente anche don Fabio Rosini cita spesso:

“Non mi spaventano i problemi, ma le soluzioni che la gente trova e mette in atto. Quelle, sì, mi spaventano!” ( Don Fabio Rosini )

Quando uno smette di cercare la felicità a partire da ciò che è Verità, allora è anche capace di abbeverarsi ad una fogna e dire che ci si può dissetare.

Il risveglio: come ci si libera da un destino di calci nel cuore

Ad un certo punto c’è bisogno che, come per San Paolo, cadano i veli dagli occhi.

Nel lettore il paradosso tra quello a cui Aldo aspira, stare con Bedelia, e quello che Aldo fa per raggiungere la sua felicità, si fa ancora più stridente quando Bedelia è fisicamente nel suo appartamento e lui non la degna di attenzioni, ma anzi … vorrebbe evitarla!

Una considerazione importante è: chissà quante volte abbiamo avuto a portata di mano ciò che avrebbe potuto renderci felici e non ce ne siamo accorti! Quante volte tutto ciò di cui avevamo veramente bisogno era lì, ma lo abbiamo capito troppo tardi?

Cosa dovremmo trarre da questo? Che è sbagliato avere desideri o aspirazioni? Che siamo condannati ad una eterna spirale di dannazione in cui scendiamo rincorrendo cose senza senso e poi l’unica scelta è se fermarsi sul fondo a piangere per Bedelia, o iniziare (con uno scarto di volontà) a scavare per trovare Ciurga?

C’è sempre un dettaglio insignificante, come l’insetto nel torneo di Harry Potter, a cui non diamo il giusto peso, ma che è la exit door verso una conclusione diversa.

La conclusione

Abbiamo visto che il rischio più grande è non saper vedere a quante forzature, a quanti squallidi ricatti siamo pronti a piegarci pur di mantenerci a galla nelle nostre proiezioni.

Sembra evidente che la causa della nostra infelicità sia il fatto che il sogno è irrealizzabile, ma se è solo inventato non potrà mai tout court darci la completezza che vorremmo.

In tutto ciò non teniamo quasi mai in conto che l’azione preferita da Dio è proprio il fuori schema e che per salvarci da noi stessi non si stanca di creare situazioni di uscita adatte alle nostre deviazioni.

Se è arrivato a pensarlo anche Leo Ortolani che

 “Senza redenzione non poteva esserci un vero finale.” (Leo Ortolani)

allora forse il concetto è davvero cattolico e universale.

Ed ecco infatti arrivare sulla scena del fumetto Dulcistella, una semplice ragazza che un po’ per volta restituisce ad Aldo la consapevolezza della sua dimensione umana per infrangere la maledizione del carillon.

Questa redenzione che arriva dal di fuori, che è slegata dalla nostra volontà e viene a bussare con tenerezza alla nostra porta interiore (non a prenderci a calci!) esattamente lì dove siamo più feriti e fragili, discende da Dio che ci conosce meglio di noi stessi e nonostante questo ( o forse proprio per questo) ci ama.

L’exit door, che in gergo tecnico chiamiamo Grazia dà la forza di spezzare le catene e addirittura di Risorgere, ma tutto sta nel rendersi conto che esiste e talvolta occorre allenarsi per riconoscerla.

Se proprio non sapete da dove cominciare provate con il sacramento della Confessione che è sempre buon un punto di partenza, ma ora che vi abbiamo svelato come fare non ci sono più scuse: siete pronti a prendere in mano le chiavi per far ripartire la vostra vita o siete in coda alla cassa per fare scorta di fazzolettini?

Paura.

Paura di non farcela. Di non essere abbastanza forte da tenermi stabile nel “bright side” della Forza. E di fatto non credo di esserci riuscita in pieno.

Non ero sedotta dal lato oscuro, intendiamoci, ma pensavo solo al fatto che non ero abbastanza forte da reagire, io da sola, contro quello che mi si parava sotto lo sguardo.

Non sono stata abbastanza in gamba da invocare il nome di Gesù come spesso si consiglia in questi casi. Anche se capivo che il fastidio e il disgusto che provavo erano ancora un segnale del mio pur presente attaccamento al Bene.

Non avevo la concentrazione per pregare, e lo spavento mi distraeva dal trovare una valida strategia di resistenza.

Secondo il parroco con cui ne ho discusso, tutto sommato è andata bene così perché se avessi reagito con un esplicito riferimento cattolico alle potenze celesti, forse avrei suscitato una più marcata risposta in termini di scherno anti-cattolico.

La paura più grande era che il demonio potesse essere più forte di Dio non in assoluto, ma solo su di me, perché sono debole e in quella circostanza anche temporalmente lontana dall’ultimo sacramento della confessione presa.

Per Grazia, questa è stata anche la più grande menzogna a cui voleva che credessi, e quella infranta con più gratitudine.